E’ un po’ che non scrivo. Ma, come vi ho detto, intendo farlo solo quando ne ho voglia. E’ una bella sera d’estate, sono solo davanti al mare, su una spiaggia appena ventilata in compagnia del mio Ipad. E’ uno strumento fantastico, lo ammetto. Per la mia generazione, avere in mano una tavoletta che ti consente di scrivere e pubblicare è ancora una magia. Quando sono in vacanza penso sempre alla qualità della vita che facciamo. E’ pessima. Il lavoro ci assorbe completamente. Ci rimane così poco tempo per noi stessi. E chi il lavoro non ce l’ha, passa tutto il suo tempo a cercarlo, disperatamente. A me piace il mare, il sole, mi piace la gente, mi piace viaggiare, scoprire, guardare, ascoltare. Mi piacciono le storie, le storie dei luoghi, delle persone, delle cose. Mi piacciono le serate con gli amici, mi piace mangiare e bere in compagnia, mi piace andare in barca, andare a pesca, mi piace leggere, ascoltare musica. Mi piacciono i prati, l’odore della campagna, mi piace giocare con i bambini e con gli animali. Mi piace starmene su uno scoglio a guardare il mare. Sono tutte cose semplici che oggi, per chi vive in città, sono solo un lusso. La vera ricchezza, come sapete, è avere tempo libero a disposizione. I miei conti non tornano. E mi sembra che non tornino a molti di noi. Passiamo ore intere a cercare parcheggi, ad aspettare il verde dei semafori, ad ascoltare una musichetta fessa in attesa di parlare con fastweb o con il comune. Ore intere, in coda davanti a uno sportello, a riempire carte inutili, ad assolvere formalità noiose, a togliere la polvere dai mobili che vi si riposa solo dopo poche ore. Non abbiamo tempo. Il tempo ci vola via dalle mani. E intorno a noi la gente si ammazza, ruba, imbroglia, truffa, si fa la guerra, muore di fame, di sete. Non mi sembra che la vita della maggior parte di noi sia bella. I conti non tornano. Non credo che potrò continuare così. Voglio starmene il più possibile la sera a guardare il mare. In silenzio, in pace. E farò sicuramente qualcosa perché questo accada.
Nella prima lezione dei miei corsi di televisione chiedo ai miei ragazzi che cosa è la TV. Molti sono laureati in scienze della comunicazione oppure al dams. Sono preparati sulle definizioni. Mi dicono che è una finestra sul mondo, lo specchio dei nostri tempi, un contenitore e cose del genere. No, dico, sbagliato. La televisione è un’azienda che alla fine dell’anno fa un bilancio e il bilancio deve essere attivo. Che cosa vende la televisione? Vende pubblico. Più pubblico offre ai suoi clienti pubblicitari più soldi entrano. La televisione non è una onlus. Deve pensare al profitto. Fa, quindi, o cerca di fare, programmi che catturano il più alto numero di telespettatori possibile. La tv… commerciale. Se una televisione commerciale fa programmi orrendi che hanno ascolto non dobbiamo inveire o prendercela con chi quei programmi li fa. Casomai con chi quei programmi li guarda. Ma tant’è. Io non mangio il fegato, il cervello degli animali, non mangio neanche il coniglio, le rane o i piccioni. Ma c’è chi adora queste cose. Perché devo puntargli il dito contro? Mangio l’aragosta… E’ evidente che anche nelle tv commerciali ci sono quelli bravi che fanno ascolto senza fare schifezze e quelli incapaci messi ai posti di comando solo perché non comandano una mazza. Continuiamo dunque a parlare se volete di brutti programmi televisivi. Ma sarebbe meglio parlare di chi si rimbecillisce con quei programmi. Un discorso diverso riguarda la RAI. Che cos’è la RAI? E’ un’azienda pubblica a cui versiamo un canone per consentirle di fare trasmissioni di “pubblica utilità che contribuiscano alla nostra crescita culturale”. Vi rendete conto? Ecco, la RAI non deve per legge fare programmi di merda. Eppure ne fa, tanti. E tutti tacciono.
Avevo poco più di 20 anni e lavoravo per la Radio della Svizzera Italiana. Una radio seria, ricca di contenuti e di forma classica, molto severa. Se sbagliavi un accento venivi ammonito duramente. Vi ero entrato come giornalista. Poiché c’era la possibilità di collaborarvi anche come lettore, mi misi a studiare dizione. Due anni di lavoro per togliermi la cadenza napoletana. Alla fine, riuscii a infilarmi tra i lettori ufficiali. Leggevo i miei articoli, ma anche i testi degli altri. Ma ero terribilmente timido. Alla RSI c’erano, e ancora ci sono, degli studi meravigliosi, attrezzati con tutto il materiale dei rumoristi: neve, pioggia, campane, catene. Gli effetti sonori, allora, venivano fatti tutti in diretta. Stavamo, noi lettori, tutti in coda davanti al microfono. Aspettavo il mio turno e cominciavo a sudare. Il testo ormai lo sapevo a memoria, tutti gli accenti erano segnati sul copione, ero preparatissimo, eppure mano mano che mi avvicinavo al microfono, cominciavo a tremare. E sudavo. Ho la fortuna di non sudare mai, neanche a ferragosto in bici. Ma lì, davanti al microfono, tremavo e sudavo. In seguito, mi convocavano per leggere le poesie di Zanzotto in diretta, ero capace di improvvisare una conduzione senza un solo appunto scritto. Ancora oggi, il microfono, la telecamera, il pubblico non mi creano alcuna tensione. Riesco a utilizzarne le potenzialità nel modo che in quel momento mi sembra il migliore. Non sono più timido? Lo sono ancora, accidenti. Se sono in gioco i miei sentimenti, se devo parlare del mio privato. Ma del mestiere ho imparato le tecniche. E non sudo più. Ecco, ai miei amici timidi, a chi comincia a tremare nel momento in cui deve prendere la parola voglio restituire un po’ di fiducia e di ottimismo. Si può vincere la timidezza, imparando le tecniche di comunicazione con gli altri. C’è solo una cosa che non potete imparare, una cosa che dovete avere dentro, incontenibile. La voglia di parlare con gli altri. Se c’è ce la farete.
Ero un giovane regista. Mi trovavo a New York e studiavo la produzione delle soap operas. Frequentavo gli studi della ABC, NBC, CBS, incontravo sceneggiatori, autori, produttori, registi. Li guardavo lavorare tutto il giorno e la sera stavamo insieme entrando e uscendo dai bar della Columbus. Si discuteva animatamente. Il 70 per cento del nostro lavoro, mi dicevano quasi tutti in coro, è fatto di pubbliche relazioni. Quest’idea proprio non mi andava giù. Sono un regista – sostenevo allora molto energicamente – la sola cosa di cui devo occuparmi è il prodotto finale. Devo curare la mia troupe, il mio cast e basta. Tutto il resto è roba da galoppini, dicevo. Venivo guardato da tutti con tenerezza o compassione a seconda dei caratteri. Più mi infervoravo più sorridevano. Mi facevano veramente incazzare. Ci sono voluti molti anni per capire quanto fosse vera e importante questa affermazione. Oggi, nell’incontro di congedo con i ragazzi della mia Scuola di TV, ho sottolineato questo punto. Più volte, con enfasi, come ho fatto per un anno intero: imparate a fare pubbliche relazioni. Ma i ragazzi anche questa volta mi hanno guardato, scuotendo la testa, senza alcuna convinzione.
Oggi, 24 giugno 2011, ore 18.51, ho 7.309 persone che mi seguono su Facebook. Non sono un attore di Hollywood, né un cantante pop, non sono un politico, non sono una avvenente fanciulla che distribuisce generosamente le sue nudità. Chi sono leggetelo qui alla mia sinistra. Probabilmente, la maggior parte delle persone che fino ad oggi mi ha seguito mi ha conosciuto attraverso i miei lavori televisivi. Bene. Mi piacerebbe che tutte queste persone si trasferissero su questo blog. E mi piacerebbe avviare su questa pagina un dialogo vero, fatto di idee, pensieri, progetti, desideri, speranze, illusioni, rimostranze, confessioni. Naturalmente non succederà. Facebook è un gioco divertente e poco impegnativo, fatto di link, foto, massime e saluti. E’ un luogo virtuale dove si ha l’illusione di mettere insieme tanti amici, di conoscerne di nuovi. Questo blog non vuole essere niente di questo. Voglio scrivere e voglio leggere. Dei 7.309 amici forse ne arriveranno qui solo 10 o 100. Ma con questi dieci o cento voglio parlare voglio ascoltare. Dentro ognuno di noi c’è tanta insoddisfazione e ci sono tanti desideri. Vorrei che queste insoddisfazioni e questi desideri venissero raccontati qui. E vorrei con tutti voi cercare di prendere ogni tanto qualche iniziativa per migliorare la qualità della nostra vita. Possiamo farcela. Io ci proverò. Anche se mi ritroverò qui a parlare da solo.